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L’odore dell’erba fresca che croccante si piega sotto i miei passi, da sempre mi riempie il petto di forti emozioni. L’ultima volta è successo allo stadio di Rimini, dopo un concerto ed una partita di calcio per una serata di beneficenza. Sono passate poche settimane ma la rivivo continuamente nella mia testa. Ripercorro quella serata come fosse oggi. Per tutta la partita annuso l’aria, e nel palato l’amaro dei ricordi che mi perseguita. Cosi mi ritrovo in piedi a bisbigliare i movimenti dei giocatori, i consigli e le azioni migliori da portare avanti, rendendomi conto di quanto questa passione ancora percorra il mio sangue. A fine partita, poi, ho l’accesso al campo e mentre tutti gli altri rincorrono i vari campioni presenti per un autografo, io … io no. Percorro la fascia sinistra camminando a passo lento, ascoltando l’erba, osservando quella striscia bianca che accompagna il mio cammino. Giunto nell’angolo mi fermo, tocco il verde con le mani, ne strappo dei fili e li rilascio in balia del vento, accompagnati da una piccola lacrima che nel frattempo compie il suo cammino sul mio viso. Il cuore batte costante, forte e nei miei occhi rivedo le mie prime scarpette da calcio, acquistate tanti anni fa in un negozio del paese in cui abitavo. Le ricordo ancora: nere con ventuno tacchetti ed una sottile striscia gialla su entrambi i lati. Guardo i miei piedi tristemente, non indosso più quelle scarpe ma delle comuni infradito, comode, ma decisamente inadatte per calciare un pallone. Rimpiango quei lunghi lacci neri da girare più volte attorno alle scarpe prima di annodarle con un piccolo, stretto fiocchetto, in modo che non dia fastidio al momento del tiro. Ad un tratto la maglia che indosso mi stringe, quasi soffoca, la voglio strappare e almeno per un attimo rindossare quella larga maglia verde con il numero tre stampato sulla schiena e le strisce bianche sui fianchi. Mi torna così alla mente una canzone di quegli anni di un noto cantante: La maglia del Bologna, sette giorni su sette … In realtà questa canzone poco c’entra con il mio sentire ma questa prima frase credo che sia un po’ quello che provo continuamente. La maglia ora non è proprio quella del Bologna, ma quella di una piccola squadra provinciale, ma sempre nitida sul mio corpo, nel cuore. Chiudo gli occhi e mi pare ancora di sentire il profumo di Marsiglia di quella maglia indossata la domenica mattina di buon ora. Ho gli occhi lucidi osservando il centro area e a chi mi chiede cosa sia successo, rispondo dando la colpa al vento. Difficile da spiegare quello che ti passa per la mente quando i ricordi ti prendono e ti trasportano in un passato che mai riuscirai a dimenticare. Quattro anni indimenticabili ho vissuto tra i campi da calcio dell’Emilia e tanti altri avrei voluto vivere a correre tra gli avversari e percorrere quella lunga fascia. Purtroppo non è così. Scosso la testa tentando di scacciare i pensieri, ma poi guardo in faccia la realtà. Ho mollato. O forse ho solo fatto la scelta più facile per chi come me ha un gene che non gli permette di avere fiato. Sono da sempre stato competitivo e vedere gli avversari e i compagni avere un altro passo per me era un dolore ancora maggiore che appendere le scarpe al chiodo. O almeno cosi credevo in quel tempo. Maglia numero tre, non ti ho scordato. Continuo il mio cammino, giungo alla porta dove la sua rete morbida si muove al passo del vento … il cuore impazza. Forte il ricordo di quei due goal firmati dai miei piedi. Un calcio di punizione di un mio compagno respinto corto dal portiere avversario, ed io lì, smarcato dal mio marcatore a pochi passi dalla porta ho calciato con tutta la rabbia che avevo in corpo. Goal. Un boato dalla mia bocca, mentre correndo rabbioso guardo il cielo e picchiando il petto con la mano, “è per te carogna”. Pochi giorni dopo il mio secondo goal, fortuito a dire il vero. Uno spiovente da fuori area che ha sorpreso il portiere. Ancora una corsa a perdifiato, e poi inginocchiato con ancora l’adrenalina in corpo ho baciato la maglia. In quel momento credo di essermi sentito invincibile, immortale. In quel momento non pensi alla malattia, ma solo alla forza, al coraggio, alla rabbia nei suoi confronti. In quel momento ti senti come tutti gli altri ragazzi della mia età, senza un fardello che grava sul tuo petto con costanza e cattiveria. In quei momenti apprezzi la vita, la respiri, proprio come ora sto respirando l’odore di questa erba. Torno in me stesso quando un bambino giocando con il fischietto simula il fischio finale della partita. Scrollo nuovamente la testa e mi ritrovo sudato, stanco. Ne sono passati di anni, circa quindici, e l’unica cosa che mi collega a quegli anni è la malattia. Non sono più coraggioso come in quegli anni, o forse la parola giusta potrebbe essere “sprovveduto” come un tempo. Non ho più la rabbia che avevo in quegli anni, ma ne ho molta di più, per quello che mi ha tolto, mi sta togliendo e mi toglierà. Non ho più la forza di un tempo, il corpo piano piano si è consumato. La folla inizia a smaltirsi e io mi dirigo verso il centrocampo per un ultimo saluto come ad inizio partita. Mi giro a trecentosessanta gradi, osservando tutto il panorama. Poi uscendo dal campo, m’inchino, strappo altri fili d’erba, li bacio e li lascio andare insieme alla mia speranza di poter tornare un giorno a correre dietro ad un pallone. Tornerà quel giorno e indosserò una maglia numero tre, e per me sarà la vittoria più grande. Maglia numero tre … aspettami.
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